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AAB – ASSOCIAZIONE ARTISTI BRESCIANI

21/09/2013 – 16/10/2013

Brescia Vicolo Delle Stelle, 4
Inauguración a las 18

Horacio García Rossi (1929-2012). Una retrospettiva
Horacio García Rossi fu uno degli indiscussi protagonisti della gloriosa stagione dell’arte cinetica e programmata nella Parigi degli anni Sessanta, e omaggiarlo a un anno dalla morte, a Brescia – dove fu spesso, dove aveva nella Galleria Sicron di Armando Nizzi un centro di diffusione e importante appoggio, dove ha coltivato affezionati collezionisti ed estimatori –, è doveroso. Ma non è soltanto un tributo memoriale: vogliamo iniziare a porre alcuni punti fermi, a smontare apertamente la sufficienza con cui troppo a lungo si sono considerate esperienze artistiche di qualità e impegno? García Rossi, dunque, come simbolo e “grimaldello”.
Era nato a Buenos Aires, Horacio, e studiò nella propria città, conoscendo Julio Le Parc e Hugo Demarco (cui possiamo aggiungere Francisco Sobrino, spagnolo di nascita ma formatosi anche lui in Argentina): una “nidiata” di eccezionali sudamericani, che poi si trasferirà in massa a Parigi, ancora attrattiva capitale internazionale. García Rossi ci arriva nel 1959, passando per un periodo a Bruxelles (e in mostra all’AAB sono due rare tempere su cartoncino risalenti proprio al soggiorno belga, rispettivamente del giugno e dell’agosto di quell’anno). Già nel luglio 1960 figura tra i cofondatori del CRAV (Centre de Recherche d’Art Visuel), la compagine che, creata da una decina artisti, si restringe nel 1961 a sei esponenti, trasformandosi nel più noto GRAV (Groupe de Recherche d’Art Visuel): Horacio García Rossi, Julio Le Parc, François Morellet, Francisco Sobrino, Joël Stein e Yvaral (pseudonimo di Jean-Pierre Vasarely, figlio di Victor). Il collettivo, molto engagé, all’inizio fa parlare di sé in maniera contestataria (i rischi di successive possibili involuzioni manieristiche erano ancora lontanissimi): nel settembre 1961 distribuisce, in occasione della II Biennale di Parigi, un volantino intitolato “Basta mistificazioni”, in cui sono fissate le linee-guida del programma del GRAV: «L’OCCHIO UMANO è il nostro punto di partenza» scrivono i sei, impegnati contro le nozioni di stabilità, di sguardo cólto e intellettuale, di tradizionale esaltazione del pittore individualista e schiavo della ricerca del capolavoro. Ad accomunarli sono un lessico geometrico ristretto, il ricorso a effetti percettivi di saturazione, vertigine e moltiplicazione dei punti di vista, nonché l’uso della luce elettrica e di materiali industriali. Lo stesso García Rossi costruirà nel 1964 la “Boîte à lumière instable”, con tanto di motore incorporato.
Nel 1962 è nei locali del GRAV a Parigi che si ritrovano i membri della “Nouvelle Tendance”, il movimento fondato l’anno precedente a Zagabria in seguito alla mostra “Nove Tendencije” alla Galleria Suvremene Umjetnosti, e che riuniva il tedesco “Gruppo Zero” e lo spagnolo “Equipo 57” (mentre in Italia ci saranno i gruppi N, T, Uno e 63, in Olanda il NUI etc. etc.). L’intento generale era di ribaltare la situazione attuale dell’arte, opponendosi al soggettivismo dell’Informale e dei vari realismi, espressionismi ed esistenzialismi, e puntando sul coinvolgimento dello spettatore non sul piano emozional-sentimentale, ma su quello percettivo e psicologico, o persino direttamente interattivo e manipolatorio: stimolare i fenomeni della visione, studiarne l’instabilità e la mutevolezza, sperimentare le facoltà cinetiche dell’opera, sia dotandola di movimento proprio, meccanico, sia virtuale, suggerendo cioè un’idea di dinamismo mediante meri procedimenti compositivi. Insomma: farci capire che si vede sì con gli occhi, ma soprattutto col cervello.
García Rossi è stato uno dei protagonisti di quell’epoca. Ne ha attraversato i momenti salienti, le lotte e le esplosioni ludiche, fino alla celebre “Journée dans le rue” del 19 aprile 1966 e alla mostra-consacrazione “Lumière et Mouvement”, al Musée d’Art Moderne de la Ville di Parigi nel 1967. Nel novembre 1968 il GRAV si sciolse di comune accordo, e ciascuno dei sei proseguì per la propria strada. Quella di Horacio García Rossi è stata lunga e felice, e l’ha condotto, a partire dalla fine degli anni Settanta, a trattare in particolare il problema del rapporto tra luce e colore, e della sua resa in termini pittorici. Un percorso limpido e brillante, che la mostra delinea tramite le opere provenienti dalle collezioni bresciane.