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E’ più facile scorgerli all’ alba o al tramonto, affacciandosi dal ponte Carlo Alberto di Acqui, quegli strani mammiferi dalla folta pelliccia, che si aggirano goffi sulle rive o nuotano rapidi nella corrente della Bormida.

Sono le nutrie. Nutria nello spagnolo della Penisola Iberica significa lontra, cioè, per dirla con il nome scientifico, “lutra lutra”, e indica il simpatico mustelide che ancora popola molte acque dei Paesi nordeuropei, ma è ormai raro nell’ Europa mediterranea, tanto che nel nostro Paese si considera a rischio di estinzione. In Sudamerica e in Italia, invece, il vocabolo Nutria designa un roditore (myocastor coipus) parente stretto del castoro e originario del Subcontinente americano. I primi colonizzatori spagnoli delle Americhe, tratti in inganno dalle sue abitudini acquatiche, dalla pelliccia e dalla sagoma vagamente familiare, scambiarono il myocastor coipus per una varietà di lontra e lo chiamarono appunto nutria, dando origine a un equivoco che dura da secoli. Attualmente, in Spagna, per eliminare ogni dubbio in merito, si utilizza invece la parola coypo, di origine india.

In Europa e in Italia, la nutria venne importata nel secolo scorso da allevatori interessati alla sua pelliccia di media qualità, commercializzata sotto il nome di “castorino”. A partire dalla metà degli anni settanta del novecento,a seguito del crollo del mercato, molti allevatori, per una questione di costi, preferirono sbarazzarsi delle nutrie, liberandole nelle campagne, convinti che non sarebbero sopravvissute al clima italiano, ben più rigido di quello dei loro territori di origine, e all’inquinamento. Errore clamoroso: dimostrando una straordinaria capacità di adattamento, il myocastor coipus ha subito avviato una capillare colonizzazione delle nostre acque interne. Le sue dimensioni (50-60 cm di lunghezza) consentono a un adulto di difendersi dai predatori nostrani, mentre i cuccioli vengono insidiati da pesci come luccio e siluro, uccelli rapaci, serpi, volpi, cani e gatti randagi. Se la presenza delle prime nutrie allo stato selvatico venne salutata con curiosità e simpatia, la elevata prolificità di questi roditori ha finito per suscitare non poche preoccupazioni fra gli agricoltori e gli stessi ambientalisti. Le nutrie vengono infatti accusate di saccheggiare le colture, la vegetazione di ripa e acquatica e persino di danneggiare le arginature di fiumi e canali, scavando cunicoli. A queste accuse risponde una minoranza di altri ambientalisti, replicando che il myocastor coipus, nutrendosi soprattutto di erbe infestanti, contribuirebbe a salvare molte acque dalla eutrofizzazione e che parecchie delle “malefatte” attribuitegli, sarebbero invece opera dei ratti di chiavica, la cui proliferazione passa inosservata. In ogni caso contro le nutrie, ormai presenti a milioni nella nostra Penisola, vengono attuati progetti di contenimento addirittura nei Parchi naturali. Comunque, se questi roditori, che l’avidità umana ha deportato dai fiumi e dai pantanales sudamericani, emergono come ombre anche dalle acque della Bormida, non è certo per loro diretta responsabilità.


Nando Pozzoni